Guida al sacrificio animale nella Roma classica

Il sacrificio è una pratica rituale d’importanza fondamentale nella religione di molte culture. In particolare, al tempo dei romani il sacrificio animale era attività di routine fortemente connessa alla pratica religiosa.

 

Nella Roma classica (I secolo a.C – III secolo d.C) il sacrificium  era essenziale per mantenere la pax deorum, la pace tra gli dei e gli uomini: più gli uomini celebravano sacrifici, più gli dei del pantheon romano li ricompensavano con la propria benevolenza. Era inoltre necessario propiziarsi il favore degli dei per numerose attività del quotidiano ed evitare l’ira delle divinità più pericolose rendendo loro frequentemente omaggio. Ma soprattutto il sacrificium era considerato dai romani vero e proprio strumento di comunicazione che permetteva di far passare messaggi dal mondo umano a quello divino e viceversa attraverso un’offerta. Poteva trattarsi di vegetali (radici, cereali, erba, frutta, verdura),  alimenti (latte, miele, olio, focacce) ma più spesso si trattava di animali domestici o selvatici.

UN SACRIFICIO PER OGNI EVENIENZA

I sacrifici romani più cruenti  erano celebrati in svariate occasioni, ma è possibile suddividere i riti in tre categorie:

  • sacrifici onorifici: si tratta di riti annuali e pubblici in onore delle divinità.  Praticati da un magistrato cum imperio, erano spettacolari e richiamavano le masse. Durante i sacrifici onorifici venivano immolate le hostiae honorarie, animali molto grandi e considerati “di qualità superiore”.
  • sacrifici espiatori: in questo caso il sacrificio era volto a “riparare” un peccato o una mancanza rispetto a ciò che per gli dei era di norma buono e giusto. Le bestie consacrate venivano perciò dette hostiae piaculares (da piaculum, sacrificio di espiazione).
  • sacrifici divinatori: gli animali uccisi erano definiti  hostiae consultatoriae  perché si pensava che attraverso essi gli dei esprimessero la propria volontà. Erano i sacrifici più diffusi, quelli ai quali i romani ricorrevano per avere una risposta in merito a una certa questione.

I sacrifici espiatori e i sacrifici divinatori potevano essere celebrati nel privato, ma sempre e solo da chi godeva di una certa autorità. Generalmente era il pater familias di un nucleo familiare a vestire i panni del sacrificer (colui che compie l’atto sacro). Egli indossava una speciale toga: il capo del sacrificer doveva essere coperto o da un lembo della stessa toga o da un velo bianco, in segno di rispetto e sottomissione.

guida al sacrificio

Nessun testo antico descrive con precisione come avveniva pragmaticamente un sacrificio. Attraverso varie fonti scritte attentamente esaminate, gli studiosi sono riusciti tuttavia a ricostruire un modello base che spiega quali erano al tempo le fasi clou di qualunque rito che prevedeva l’uccisione di un animale. Ciascuna di queste fasi nasconde significati profondi e fortemente ancorati alle tradizioni e alle credenze della civiltà romana.

la scelta degli animali

Prima di tutto, era fondamentale scegliere l’animale da consacrare: nulla era lasciato al caso quando si trattava di interagire con gli dei. Per i riti pubblici si prediligevano animali di grossa taglia come tori, cervi e cinghiali. Per i riti privati la scelta ricadeva prevalentemente su animali domestici (bovini, ovini, suini e pollame). Era importante che le vittime sacrificali non avessero difetti fisici poiché ciò sarebbe stato percepito dalle divinità interessate come un vero e proprio insulto.  Erano poi importanti il colore e il sesso dell’animale, caratteristiche variabili a seconda del destinatario del rito: Marte e Nettuno preferivano ad esempio animali maschi e fertili, Giove animali maschi e castrati. Bestie bianche venivano consacrate alle divinità celesti, bestie nere agli dei inferi, bestie rosse al dio Vulcano. Per le espiazioni si invocavano generalmente Cerere e Tellus, divinità che prediligevano scrofe incinte. Per i riti funebri andavano per la maggiore i maiali.

La processione all’altare

Gli animali venivano lavati, ornati con fiori e ghirlande e poi portati verso l’altare. Solitamente la musica dei flauti accompagnava la solenne processione: la musica infatti veniva utilizzata per contrastare i rumori esterni che potevano interferire con il rito. Se gli animali erano selvaggi o di taglia grande, venivano storditi con un colpo d’ascia o martello per facilitare il tutto. Se poi l’animale si rifiutava di procedere o retrocedeva in prossimità dell’altare, veniva risparmiato: i romani consideravano il fatto omen funesto, cattivo presagio. Quando la vittima era giunta a destinazione, il sacrificer richiamava i presenti al silenzio con la formula “favete linguis”: la concentrazione di tutti era essenziale e di buon auspicio al compimento del rito.

PRAEFATIO

A questo punto aveva inizio il rito introduttivo che permetteva al sacerdote di aprire il canale di comunicazione tra mondo degli uomini e mondo degli dei: una libagione di vino e incenso veniva bruciata sul focolare. L’incenso, simbolo della sovranità, e il vino, simbolo d’immortalità, erano gli elementi che metaforicamente invitavano gli dei a partecipare al banchetto che di lì a poco sarebbe stato per loro imbandito.  In questa fase il sacrificer poteva invocare altre divinità protettrici quali Giano (il dio degli inizi), Giove, Giunone (la massima divinità femminile della religione romana) e Vesta (associata al culto del focolare domestico e pubblico, elemento chiave in qualsiasi rito romano). Con la praecatio s’invocava infine il dio o la dea a cui il rito era destinato: il sacerdote lavava i palmi con l’acqua contenuta in un vaso e, con le mani pulite, toccava poi l’altare bruciando altro incenso. Tramite questa preghiera si chiariva quale fosse la motivazione del rito, si menzionavano le offerte scelte e si esprimevano i desideri che si volevano vedere esauditi dalla divinità.

IMMOLATIO

Il sacerdote versava sulla testa dell’animale del vino e la mola salsa, un composto di sale e farina preparato dalle vestali, le sacerdotesse vergini devote alla dea Vesta. Con questo gesto l’animale era consacrato alle divinità e reso dunque sacer, sacro: da questo momento in avanti esso non apparteneva più al mondo umano ma diveniva proprietà  degli dei. Un altro gesto rappresentava invece l’uccisione simbolica dell’animale: il sacerdote passava la lama di un pugnale poggiando la parte piatta sulla bestia e procedendo dalla testa alla coda.  In seguito il sacerdote si allontanava e lasciava che l’animale fosse ucciso con un taglio alla gola da uno o più schiavi detti victimarii. E’ interessante osservare che ciò che noi consideriamo sacrificio, uccisione, per i romani è immolatio e corrisponde perciò a una delle fasi del rito. Nella religione romana il sacrificium rappresentava in senso lato e astratto il passaggio dell’offerta al mondo divino, cosa che permetteva di instaurare  l’essenziale canale di comunicazione tra mondi.

DIVINATIO

Gli schiavi aprivano poi il corpo dell’animale e lasciavano spazio agli auruspici, specialisti etruschi nella divinazione. Era necessario capire se gli dei avevano o meno accettato l’offerta e verificare lo stato della pax deorum: se gli organi vitali dell’animale (polmoni, cuore e fegato) erano al loro posto, il sacrificio era andato a buon fine. Se invece l’auruspice riscontrava malformazioni, cercava di interpretare quale fosse il messaggio che gli dei stavano mandando. Vi era inoltre la possibilità che dei infernali non chiamati in causa avessero posseduto il corpo dell’animale per qualche ragione che bisognava chiarire.

IL BANCHETTO

Quando tutto era in ordine, gli schiavi si allontanavano dall’altare per preparare il corpo della bestia al banchetto. Una particolare selezione di 5 organi vitali interni erano riservati agli dei: fegato, cuore, polmoni, vescica biliare e peritoneo. Questi, detti exta, erano destinati al banchetto delle divinità; i romani pensavano che essi vi partecipassero per mezzo delle statue che li raffiguravano e per questo preventivamente disposte in prossimità dell’altare. Gli exta appartenenti a bovini venivano bolliti, quelli provenienti da ovini, suini e pollame cotti invece su degli spiedi. Se il rito era rivolto a divinità marine, gli exta potevano essere gettati in acqua; in caso di divinità ctonie, della terra, si potevano adagiare gli exta in una fossa. In tutti gli altri casi, gli exta erano posizionati sull’altare e cosparsi di mola salsa. Se però le divinità a cui ci si era rivolti abitavano gli Inferi, gli organi non venivano deposti in alcun luogo e portati via: per gli umani era infatti vietato – e fortemente sconsigliato – “sedere a tavola” con tali figure.

La cottura della carne costituiva ulteriore momento di comunicazione con gli dei. La liquefazione degli alimenti significava che la pax deorum era compromessa.

Le viscera (carne tra ossa e pelle) venivano invece consumate dai partecipanti al rito, spesso giunti con altre offerte – e dunque richieste – per gli dei del focolare domestico. Era frequente chiedere per esempio il buon auspicio per una nascita, il ritorno a casa di un caro, una pronta guarigione. Le viscera potevano anche essere portate a casa in speciali sacchetti detti sportulae e consumati con i membri della propria famiglia. La carne era venduta anche in macelleria così che tutti potessero in qualche modo sentirsi parte del rito compiuto.


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E se il mondo romano ti appassiona, rimani in tema e corri a leggere il nostro articolo dedicato alle parole latine ancora vive nell’italiano 😉

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©RIPRODUZIONE RISERVATA

Chiara Maraviglia

 

6 pensieri su “Guida al sacrificio animale nella Roma classica

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