Manga, anime e… Giappone!

La parola manga deriva dall’unione di due kanji: man () che significa “libero, stravagante” e ga (), “immagine, disegno”. In Giappone il termine indica in generale i fumetti di piccolo formato, indipendentemente dalla nazionalità, dal target e dal tema con cui in Occidente si tende a classificare il genere.

Il manga è parte integrante della cultura nipponica, forma d’arte intensamente espressiva, diffusa in Asia tanto quanto la letteratura e il cinema.

In che cosa si differenzia dal classico fumetto?

Impaginazione

Sulla canonica prima pagina occidentale della stragrande maggioranza dei manga pubblicati in Italia è riportata una “guida alla lettura”

Se vi trovate a sfogliare un manga per la prima volta, proverete    inevitabilmente un senso di spaesamento. Rispetto ai fumetti occidentali, infatti, il manga richiede un ordine di lettura completamente diverso: si parte da quella che per noi è l’ultima pagina e si prosegue verso sinistra, osservando le vignette (baloon)da destra e sinistra, riga per riga. Complicato? E pensare che fino agli anni ’40-’50 la disposizione delle vignette era esclusivamente verticale! Ancora oggi si trovano in commercio manga “complicati” che sovrappongono i due ordini, quello verticale e quello orizzontale.

Il comprensibile disagio degli occidentali alle prime armi con i manga fa sorridere i giapponesi, allenati alla lettura non alfabetica e meno visivamente “vincolati” alla pagina. In altre parole, gli orientali possiedono un tipo di approccio più libero alla stampa illustrata, non leggono analiticamente i contenuti ma estrapolano più facilmente rispetto a noi occidentali il senso generale di quel che hanno di fronte.

Vi siete accorti che le tavole dei manga sono generalmente stampate in bianco e nero, senza scala di grigi, a eccezione della copertina? Perché?

Continua a leggere per scoprirlo 😉

La pubblicazione in Giappone

Il quartiere Akihabara di Tokyo è un vero tesoro per gli appassionati di manga e anime. Vi si trovano negozi specializzati, cafè a tema e non è raro incontrare cosplayers che   vestono i panni dei propri personaggi preferiti 😉

In Giappone gli aspiranti      mangaka in possesso di     un’idea vincente hanno  davanti a sé due possibili strade: partecipare ai concorsi indetti dalle case editrici o proporsi a riviste “contenitore”.  Questa seconda strada è la più gettonata in virtù della quantità di settimanali e mensili specifici diffusi su tutto il territorio: se l’editore della rivista approva l’idea, serializza il manga e lascia poi il giudizio al pubblico. Come? Le riviste sono accompagnate da cartoline con le quali i lettori possono esprime giudizi sull’opera – e i giapponesi prendono molto sul serio la questione 😉

Il destino dei mangaka è  nelle mani dei lettori.  Se l’indice di gradimento è basso, il manga viene semplicemente cancellato. Al contrario, l’opera viene stampata in volumi tascabili molto più costosi, i tankōbon.

Le prime pagine degli originali  tankōbon nipponici, spesso a colori, in Occidente vengono riprodotte in bianco e nero per ragioni legate ai costi di stampa ed esportazione. (Se siete intenditori, affinando l’occhio è possibile notare la differenza tra le pagine originali a colori e la “versione economica” delle stesse, realizzata in bianco e nero).

Per ovviare all’assenza di colori i mangaka ricorrono a giochi di ombre quasi mai date, però, dal nero pieno. Gli artisti giapponesi preferiscono usare retini grattabili (screen tones), una versione “professionale” dei trasferelli (sì, proprio gli adesivi per bambini in voga negli anni ’70-’80, impressi su fogli di materiale plastico trasparente da grattare – e quindi trasferire – sulla pagina scelta con matite, righelli, monete). I retini vengono applicati con particolari attrezzi di precisione e  usati parallelamente a pennini  variamente modulati. I colori, laddove presenti, vengono resi a china o a pantone.

Origini del manga

Il primo manga risale all’epoca Heian (784-1185 d.C). Si tratta del Choju Giga, insieme di caricature disegnate da vari artisti su quattro rotoli di carta tra il XII e il XII secolo. I protagonisti delle storielle sono animali personificati a rispecchiare i costumi sociali del tempo. In uno dei rotoli, per esempio, è rappresentata una commemorazione buddista, con tanto di rana-abate con stola cerimoniale che recita un sutra alla presenza di coniglio-monaco e volpe-monaca. La parola manga, tuttavia, subentrò più tardi: da qui, l’impiego del primo termine Giga, caricatura.

La parola manga fu usata per la prima volta nel 1798 dal giapponese Santō Kyōden, scrittore e pittore di ukiyo-e, un genere di stampa artistica impressa su carta con matrici di legno, poco costosa e pensata per chi non poteva permettersi di acquistare dipinti.

 

I lavori di  Hokusai furono importante fonte di ispirazione per molti impressionisti europei come Claude Monet e post-impressionisti come Vincent van Gogh e Paul Gauguin

Poco più tardi, nel 1814, Katsushika Hokusai, xilografo in stile ukiyo-e della famosissima “Grande onda di Kanagawa”, diffuse il termine manga grazie al titolo di una delle sue raccolte, l’Hokusai manga. Si tratta di migliaia di immagini dipinte su xilografie in tre colori (nero, grigio, carne) per un totale di 15 volumi.

 

 

 

Nel 1914 nacque la Shōnen Kurabu”, prima rivista giapponese per ragazzi. Questa raggruppava diversi tipi di manga, tra cui la celebre serie basata su Nokaruro, cane dell’esercito imperiale le cui avventure furono usate come propaganda di guerra.

Il manga iniziò a diffondersi in Europa dopo la seconda Guerra Mondiale e divenne molto popolare soprattutto in Francia a partire dagli anni ’90. È qui che nacque il fortunato movimento artistico nouvelle mangaAd oggi la Francia rappresenta circa il 50% del mercato europeo per i fumetti giapponesi, aggiudicandosi così il titolo di secondo mercato mondiale dopo il Giappone.

I manga sbarcarono in Italia con la serie Ken il Guerriero di Tetsuo Hara (disegni) e Buronson (testi).  L’anno in cui Kenshiro nasceva in Giappone (1984) fu anche l’anno della fondazione della Star Comics, una delle più grandi case editrici di fumetti italiane …che ufficialmente ringrazio per la diffusione della saga Dragon Ball 😉

Occhi grandi

Il classico stile manga prevede la creazione di personaggi dagli occhi grandi, dal naso piccolo e dal viso tondeggiante – a ragion veduta, le proporzioni del corpo non sono mai realistiche. I mangaka spesso dedicano attenzione particolare agli occhi dei personaggi. Si dice che molti disegnatori giapponesi si siano ispirati alla Walt Disney perché colpiti da cartoni animati in stile Bambie (1942).  Tuttavia esistono diversi stili-manga, alcuni molto realistici.

Anime

Il termine anime (アニメ) corrisponde all’abbreviazione della parola animēshon, a sua volta traslitterazione del lemma inglese animationanimazione. Nel Paese del Sol Levante la parola anime indica tutti i film d’animazione, giapponesi o meno. In Occidente, invece, il termine si riferisce generalmente alle opere d’animazione prodotte in Giappone.

I manga e gli anime giapponesi riportano sulla carta e sul piccolo schermo la grande cultura nipponica, forgiata tra due fuochi: valori e doveri. Moltissime scene rappresentano studenti al banco, persone in ufficio, adolescenti che svolgono i compiti.. ci avete mai fatto caso? Il lavoro etico in tutte le sue forme è onnipresente perché costituisce un valore intrinseco della cultura giapponese.

Negli anime e nei manga giapponesi spiccano poi molti valori provenienti dallo shintoismo, religione nativa del Paese che prevede l’adorazione dei kami, divinità o spiriti della natura (shin-to significa appunto vita degli dei).

E gli spettacolari combattimenti? Frutto della filosofia del bushido, “La Nobile via del Guerriero”! Attraversando un percorso formativo complesso, spesso i protagonisti dei manga e degli anime giapponesi maturano: giustizia, lealtà, senso del dovere, compassione, onore, onestà e coraggio segnano il cammino del guerriero. Il bushido è un codice di condotta, un vero e proprio stile di vita adottato dagli antichi samurai giapponesi, che molto ha in comune con il concetto europeo di cavalleria e quello romano del mos maiorum!

 

“The method of producing comics in Japan is very hectic, but it’s also rewarding because it’s possible to do both the story and art all by yourself. In this way, it’s possibly to bring out one’s individuality. If this idea appeals to you, I call on you to try drawing your own manga.

Akira Toriyama (creatore di Dragon Ball <3)


Grazie per la lettura! Fateci sapere nei commenti quali sono i vostri manga e/o anime preferiti! Anche le curiosità sono ben accette 🙂

Se vi siete persi l’articolo precedente della nostra rubrica Storia, correte a leggerlo 🙂

Al prossimo articolo! Seguiteci anche su Facebook Instagram!

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Chiara Maraviglia

 

 

10 pensieri su “Manga, anime e… Giappone!

    • Chiara Maraviglia ha detto:

      Questo manga mi è nuovo, a breve ritornerò a fare un giretto nella mia fumetteria di fiducia e sicuramente andrò a sbirciare se disponibile 🙂

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  1. Aussie Mazz ha detto:

    Quando ero più giovane leggevo tantissimi manga, spesso a scrocco. Adesso ne acquisto solo una manciata, soprattutto opere in pubblicazione da allora che desidero concludere (Onepiece, Detective Conan…).
    Anche di anime ero più appassionato un tempo, ma restano tra i miei preferiti Death Note, Elfen Lied, Steins;Gate, seguiti da Fate/Stay Night e Higurashi no naku koro ni. 🙂

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    • Chiara Maraviglia ha detto:

      Il manga di Death Note rimane il mio preferito, sarà la storia, sarà Ryuk.. ma davvero ne sono rimasta innamorata fin dal primo numero! Certo è che avere la serie completa di un One Piece, un Naruto o un Dragon Ball è dispendioso, ma alla fine… che soddisfazione!

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    • Chiara Maraviglia ha detto:

      Stavo per inserire nell’articolo qualche riferimento ai musei di Tokyo a tema, spero prima o poi di visitare il Paese e fare un salto (d’obbligo) al Ghibli 😊 Nana è tra i miei preferiti! Poster accuratamente conservati da anni e tutte le theme song dell’anime in playlist sul pc 😉

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  2. inchiostronoir ha detto:

    Complimenti per l’articolo!
    In Francia, c’è stato un “boom” di manga nel 1995 (o all’incirca, non mi ricordo esattamente) quando era l’anno dedicato al Giappone. L’editrice Glénat ne ha approfittato per pubblicare i manga tradotti in francese, ma con un senso di lettura “occidentale”: così il pubblico ha scoperto la versione originale di Dragon Ball e Sailor Moon. Poi, la casa editrice “J’ai lu” ha pubblicato i manga di City Hunter e Dragon Quest, ma rispettando il formato e il senso di lettura originale. Poi, altre editrici hanno iniziato a pubblicare vari titoli e una rivista specializzata è nata: Anime Land. Il problema, è che molte case editrici non rispettano i lettori e mi ricordo di un amico che voleva fare la collezione dei manga di Evangelion e ha dovuto aspettare tre anni tra il primo e il secondo volume. Spero che la situazione sia migliore in Italia!
    Non leggo più manga da molto tempo, ma devo dire che ho potuto leggere uno dei migliori di tutti i tempi (secondo me): Gon, delle storie mute di un piccolo tirannosauro con un chara-design da urlo!

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    • Chiara Maraviglia ha detto:

      Purtroppo l’export nel campo crea disagi un po’ ovunque, ricordo ritardi in Italia con le uscite, ma quello in cui si è imbattuto il tuo amico sicuramente ha pochi paragoni!

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