Giuseppe Tornatore al Salone del Libro 2018

Tornatore e “Leningrado”: un film scritto che non sarà mai fatto

 

«Il mestiere del regista è di concepire e scrivere storie con l’unico scopo di riporle nel cassetto. Quando il film si fa, è solo un incidente di percorso».

 

Sono queste le parole con cui Tornatore conclude la sua introduzione al libro Leningrado, di cui l’omonimo film rimarrà chiuso nel cassetto; e con queste stesse parole comincia l’intervista avvenuta il 10 maggio al Salone Internazionale del Libro di Torino.

Sono le 16:15, la gente si è appena seduta nella Sala Rossa del Padiglione 2, e freme dalla voglia di scoprire le curiosità narrate dal celebre regista.

Quando Giuseppe prende la parola spicca subito la calda cadenza linguistica delle sue origini. E con passione racconta la sua esperienza riguardante questo curioso film.

 

Leningrado

Erano gli anni ’80 quando si vociferava di un film pazzesco a cui stava lavorando Sergio Leone. Il regista morì però prima della sua realizzazione, lasciando un alone di mistero intorno alla chiacchierata sceneggiatura. Solo molti anni dopo Tornatore scoprirà che quella sceneggiatura non era mai esistita. C’era solo un incipit, che era però altrettanto grandioso.

Le prime richieste di collaborazione da parte dei produttori furono rifiutate. Giuseppe era infatti intimorito da quel grandioso, e al tempo stesso pericoloso, progetto. Leningrado parlava, anzi, parla, di un episodio storico che non compare sui libri di scuola e che nessuno aveva mai trattato prima del romanzo I 900 giorni di Leningrado, scritto da Harrison Salisbury e pubblicato nel 1969. Questo perché il chiacchiericcio sulla vita di Leningrado circondata dai nazzisti veniva sovrastato da avvenimenti internazionali ben più visibili. L’assedio durò dall’8 settembre 1941 fino al 18 gennaio 1944, contro ogni aspettativa, dato che i tedeschi avevano stimato la morte degli abitanti – grazie all’isolamento, alla mancanza di viveri e all’aiuto dell’inverno – nel giro di tre mesi.

 

LE CONDIZIONI DELLA POPOLAZIONE

La popolazione era stata totalmente isolata, a partire dalle comunicazioni: l’unico canale disponibile era quello di Stato, e se qualcuno fosse stato sorpreso con un altro apparecchio radiofonico in casa sarebbe stato fucilato all’istante. Dal momento che alcuni manomisero i propri apparecchi convinti che fossero guasti, finendo poi per rimanere isolati, i tecnici di Radio Leningrado trovarono un’idea ingegnosa, che Tornatore racconta con grande stupore:

«nei momenti di assenza delle trasmissioni, mandavano in onda il suono di un metronomo. In tutte le case e in ogni strada e piazza in cui erano disseminate le trombe acustiche, risuonava quell’ossessivo tac… tac… tac. Nell’imminenza di un attacco aereo il ritmo del metronomo diventava più rapido. Mi sembrò un’idea cinematografica possente. Cercai allora negli archivi e trovai delle vecchie registrazioni in cui era possibile ascoltare i due ritmi. Nessun grande cineasta o drammaturgo avrebbe saputo inventare una soluzione sonora così drammatica come quel ticchettìo costante e ossessivo».

Ma questo non è l’unico episodio a colpire il regista. Tornatore decide di prendersi un anno per approfondire la ricerca e lo studio sull’assedio, anno alla fine del quale non è certo di tornare con delle idee vincenti per la realizzazione del film. Spinto dai produttori di Medusa, fortemente intenzionati a finanziare un progetto potenzialmente importante e costoso come era stato quello per La leggenda del pianista sull’oceano, Tornatore aveva infatti deciso di provare a documentarsi, ma per quanto si appassionasse sempre di più, ad ogni scoperta sorgeva anche un problema registico o di produzione: come collocare tutti quei cadaveri per la strada? Come riprodurre le ambientazioni? Il solo attraversamento di una donna lungo la piazza richiedeva uno scenario non indifferente: un cielo costantemente bombardato, le macerie dei palazzi distrutti e un suolo fatto di morti scheletrici e neve.

La Boklada a Leningrado

Ma anche i protagonisti e ogni comparsa sarebbero dovuti apparire piuttosto scheletrici, la soluzione era quella di stipendiare ogni attore durante il processo di dimagrimento e di recupero del peso post-produzione.

Quindi bisognava ingaggiare dei nutrizionisti, e poi trovare dei carri armati, sì non troppi grazie alle soluzioni di duplicazione digitale, ma anche il digitale aveva i suoi costi. Per non parlare delle spese già in atto, per i viaggi organizzati tra San Pietroburgo, Mosca, Leningrado, e poi per l’equipe, a seguito, di traduttori simultanei o che lavoravano sui diari segreti rinvenuti e scritti in cirillico, fonte primaria per la conoscenza dei fatti.

 

un film irrealizzabile ma un’esperienza che ha lasciato il segno

Si trattava di un progetto davvero enorme, e tanto enorme quanto problematico.

Alla fine si convenne che non era possibile realizzarlo, ma l’esperienza di per sé segnò profondamente Tornatore. Attraverso il libro che ha scritto si suggella questa incredibile esperienza della sua vita. Sono righe piene di emozioni e che emozionano a loro volta. Il lettore viene catapultato nel turbinio di sensazioni ed eventi che Giuseppe stesso descrive con drammaticità, come quando spiega come si sente dopo aver riportato le toccanti storie reali di alcuni testimoni sopravvissuti:

«Storie del genere me ne furono riferite non poche. Anche più tragiche. La sera, tornato in albergo, stavo male».

Sono storie dolorose e impensabili, come quella della donna che, morto il figlio, anziché seppellirlo, lo pone nell’intercapedine tra le due vetrate di cui dispongono le finestre. Così facendo il corpo si mantiene col gelo e la donna si ciba di piccoli frammenti al giorno, per sopravvivere. E gli episodi di cannibalismo sono ancora molti.

Il problema era infatti soprattutto la nutrizione. La razione giornaliera di cibo concessa era di soli 150 g di pane a testa. Non erano rari i casi in cui i bambini si ritrovarono ad origliare i genitori su quale membro della famiglia fosse il più debole, per privarlo della sua porzione e distribuirla a chi poteva avere una chance in più di sopravvivenza. A volte la gente si lasciava sopraffare dal delirio della fame e rubava il pane a qualcun’altro. Se veniva colto sul fatto la fucilazione era la risposta immediata. E se il pane non bastava, le soluzioni diventavano le più creative: il cuoio bollito di borse, scarpe e cinture, una bevanda a base di aghi di pino, la colla da parati fatta a base di farina.

 

I Leningradesi si nutrono di cultura

Se storie di sofferenza, sacrifici e soluzioni impensabili per poter sopravvivere senza nulla e al freddo sono innumerevoli e lasciano tutte a bocca aperta, ciò che stupì ancora di più Tornatore, fu scoprire come la popolazione di Leningrado, mal nutrita e consapevole di stare andando incontro alla morte certa, non avesse smesso di produrre cultura:

«Continuavano a studiare,andare al cinema, organizzare convegni, concerti, spettacoli teatrali, mostre di pittura. Tutto per mantenere viva la mente. Un’intuizione grandiosa. La causa del fatale errore di calcolo di Hitler».

Tra gli artisti della città c’era anche il musicista Dimitri  Šostakovič che, in trincea, tra un turno di guardia e l’altro, compose la sua Settima Sinfonia, dedicata al dramma che lo circondava. Quando Stalin, timoroso di perdere gli intellettuali più importanti della città, organizzò una missione speciale per farli evacuare con le loro famiglie, Šostakovič, temendo il peggio, nascose la sinfonia nel corpo di una bambola della figlia, con lo scopo di farla sopravvivere.

 

 

Il ritorno in italia. bisogna tirare le somme

Tutte queste scoperte furono continui stimoli per Tornatore, che tornò in Italia con tantissime idee, troppe.

Le più accreditate furono tre:

  • raccontare gli eventi attraverso dei flashback narrati dai processati, che erano stati arrestati al termine dell’assedio;
  • la narrazione tramite il punto di vista di una famiglia vittima della boklada, in cui il soggetto principale sarebbe stata una violoncellista, madre di due bambini, messi alla prova affinché lei avesse capito a quale dare la propria porzione e quella dell’altro figlio purché almeno uno di loro potesse sopravvivere. Quando l’altro bambino avrebbe capito di essere stato condannato a morte, sarebbe fuggito per salvarsi;
  • mostrare cosa successe attraverso un episodio metacinematografico (modalità di narrazione già cara a Tornatore). Nei giorni dell’assedio, infatti, il segretario generale del Partito Comunista di Leningrado aveva deciso di girare un film che testimoniasse ciò che stava accadendo, con lo scopo di riprendere l’eroismo della città che resisteva al cerchio tedesco. Giuseppe avrebbe mostrato la difficoltà dell’impresa, dal momento che chi veniva colto nel fotografare o immortalare con qualsiasi mezzo i corpi morti a bordo strada veniva ucciso all’istante.

Le proposte furono accolte con grande entusiasmo e la scelta ricadde sulla storia incentrata sul nucleo familiare.

Nel libro il registra racconta tutte le dinamiche alla base della scelta e ciò che accadde a seguito: gli ulteriori viaggi, l’organizzazione dei materiali accumulati, la stesura della sceneggiatura (di cui vengono descritte alcune meravigliose immagini) e tutte le trattative con le case di produzione potenzialmente interessate e gli attori pensati idonei ai ruoli.

Mentre si spargevano le voci sulla realizzazione del film, Tornatore si convinse ancora di più a girarlo per il fastidio mossogli dall’ignoranza delle persone sull’evento storico:

«La cosa che mi ha sempre mortificato, indignato, innervosito, nauseato, era che nessuno lo nominasse “assedio di Leningrado”. Tutti lo chiamavano “assedio di Stalingrado”. Tutti, senza eccezione alcuna. […] Quanto era accaduto a Leningrado dal punto di vista militare probabilmente non aveva un gran valore, ma dal punto di vista antropologico, umanistico e filosofico, era davvero immenso, una grande lezione per l’umanità. Stalin l’aveva capito, perciò aveva provato a nascondere le tracce di quell’avvenimento. Riuscendoci in pieno».

Allo scopo di informare, che è poi quello primario di un film, oltre a fare emozionare, il regista è spinto da un desiderio sempre più grande di girare il film. A questo si aggiunge un forte senso di responsabilità che lo porta a dedicarsi al progetto come non aveva mai fatto prima per nessun’altra pellicola. Cinque interi anni dedicati a quel film che decide di intitolare LENINGRADO, a scanso di equivoci.

Nel libro Tornatore comincia poi a raccontare tutte le mosse che furono messe in atto per l’effettiva realizzazione della pellicola. Serviva un finanziatore americano, perché le spese preventivate erano troppo enormi. Così si optò per degli attori di quella nazionalità: è qui che Giuseppe narra l’incontro con Nicole Kidman, che a lui pare perfetta per il ruolo della violoncellista Vera Platonova. È impossibile non commuoversi di fronte al racconto dell’attrice che, ascoltando la trama del film tenendosi mano nella mano con il regista, accetta immediatamente il ruolo, senza esitazioni: “lo faccio”. Non voleva nemmeno il soggetto, ma direttamente la sceneggiatura, appena pronta avrebbe fatto il film.

E le collaborazioni sarebbero state con ancora altri grandi nomi: le musiche sarebbero state affidate ad Ennio Morricone, rispettando il sodalizio che lega i due sia professionalmente che nella loro duratura amicizia.

Ennio Morricone e Giuseppe Tornatore. Foto di Marco D’Elia.

Mentre Tornatore racconta tutte le complesse dinamiche nella ricerca di finanziatori per il film – che secondo le stime sarebbe arrivato ad una quota di 70 milioni – il lettore non riesce a smettere di sfogliare le pagine del libro, colpito dalle incredibili vicissitudini in cui si imbatte il regista, dall’entusiamo per la sceneggiatura espressa da produttori, dagli attori che vorrebbero ottenere alcune parti e da altri registi che condividono appieno e apprezzano il progetto di Tornatore.

E se manzonianamente si realizza, insieme a Tornatore stesso, che questo film “non s’ha da fare” – le cause primarie erano l’alto budget richiesto e la lunghezza considerata “eccessiva” -, a ogni riga il film stesso prende forma all’interno della tua mente, hai persino elaborato l’aspetto dei personaggi (si parla di una Nicole Kidman, di un Clive Owen, persino di un Leonardo di Caprio) e quel film vorresti davvero vederlo, ti sembra che se non verrà fatto mancherà un pezzo di storia del cinema. Quell’incredibile film irrealizzato diventa un tassello mancante, lo vuoi ardentemente, bisogna che prenda forma.

Firmacopie Tornatore per Leningrado

Giuseppe Tornatore durante il firmacopie al Salone del Libro di Torino

Fortunatamente sai che a metà libro Tornatore ti ha fatto il dono della sceneggiatura e, appena cominci a leggerla, ti immergi completamente nella storia, nella tua storia. Quella che rimane colorita per le emozioni che hai già provato leggendo l’esperienza personale del regista, che si carica di importanza sapendo quanti anni sono stati impiegati per la stesura della sceneggiatura e il tentativo di realizzarla in film, e soprattutto perché conosci ormai la grande  valenza storica dell’episodio.

Un episodio, infatti, che si rivela oggi più attuale di quanto non si pensi.  Il perché lo spiega la centratissima allegoria del regista sul nemico invisibile che ci circonda, allegoria con cui ritengo sia giusto concludere questo articolo:

«Ma non si può ignorare un evento storico talmente importante e tremendamente moderno. Più moderno oggi di allora. Sì, perché il mondo mi sembra somigliare sempre più a un’immensa Leningrado, circondata da un nemico più o meno invisibile. Viviamo accerchiati da un avversario impalpabile e multiforme, avvinti dall’ineluttabile e rassegnata certezza che prima o poi ci colpirà. È così. Siamo tutti assediati».

 

© riproduzione riservata

 

Giulia Procopio

3 pensieri su “Tornatore e “Leningrado”: un film scritto che non sarà mai fatto

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