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Questione di pazienza: la storia della scoperta dell’autografo del Decameron

Immaginate di fare una scoperta eccezionale, così eccezionale che potrebbe comportare importanti cambiamenti nel panorama culturale internazionale: avreste la pazienza di aspettare più di vent’anni per poterlo gridare al mondo? Ma soprattutto come reagireste se nessuno vi credesse?

Questa è proprio la storia che vi voglio raccontare, quella di un giovane e brillante studioso che dovette armarsi di tanta pazienza e determinazione prima di essere creduto agli occhi del mondo.

 

L’inaspettata scoperta di Alberto Chiari

Alberto Chiari era un giovane di ventitré anni, brillante allievo di uno dei più importanti filologi della storia, Michele Barbi. Nell’ambito di studi importanti sul testo del Decameron, capolavoro di Giovanni Boccaccio, il maestro lo incaricò di studiare il manoscritto Hamilton 90, fatto inviare appositamente da una biblioteca di Berlino nella quale era custodito.

Siamo nel 1927 circa e Alberto si mise al lavoro con grande scrupolo. Iniziò però a sospettare di non trovarsi davanti a uno dei tanti manoscritti conservati sull’opera, ma a un autografo e cioè a un manoscritto redatto proprio da Boccaccio in persona. Manifestò il suo dubbio a Barbi, grande esperto della scrittura dell’autore, il quale ne confermò la scoperta.

 

Una scoperta lasciata in sospeso

Scoprire un manoscritto autografo è per un filologo un vero sogno, un’esperienza tanto preziosa quanto rara. Per ricostruire i testi antichi si devono confrontare (il termine tecnico è collazionare) tutti i manoscritti tramandati a proposito, ma quando si possiede un autografo si ha la grande fortuna di avere un punto di riferimento privilegiato. Per esempio, di Dante non possediamo neanche un autografo, neanche della sua Divina Commedia (ma questa è un’altra storia che vi racconteremo un’altra volta).

Dunque, di Boccaccio si possedevano autografi di altre sue opere, ma non del Decameron. L’incredibile scoperta, però, rimase in ambito privato: non si conoscono i motivi certi di questa scelta, ma in ogni caso sopraggiunse la Seconda Guerra Mondiale e il discorso venne lasciato in sospeso.

 

Incredulità nei confronti della rivelazione

Solo nel 1948 Chiari decise di dichiarare la scoperta dell’autografia, ma a causa dell’assenza di prove paleografiche non fu creduto. Non si arrese, e con determinazione pubblicò un suo nuovo contributo nel 1955 includendo degli appunti privati nei quali Barbi confermava il suo giudizio: infatti, il grande studioso era morto nel 1941, lasciando il suo allievo solo davanti al mondo. Insomma, Alberto aspettò più di vent’anni per annunciare il suo ritrovamento per ottenere solo incredulità. Perché? Il filologo non trovò consensi soprattutto per il fatto che l’Hamilton 90 presentava un testo ricco di errori: non si poteva pensare che l’autore avesse potuto  sbagliare così tanto! Vittore Branca, uno dei più grandi studiosi di Boccaccio, aveva disapprovato l’ipotesi di Chiari affermando che «non sono semplici svarioni o errori […], ma sono fraintendimenti talmente grossolani, insomma bestialità così enormi da sembrare veramente inammissibili in una trascrizione autografa».

 

L’intervento di Vittore Branca

Nonostante questi elementi sfavorevoli,  nel 1960 Branca decise comunque di intervenire per verificare con i suoi occhi la veridicità della rivelazione del giovane filologo. Così, decise di consultare direttamente il manoscritto trasportandolo lui stesso dalla Westdeutsche Bibliothek di Magdeburgo alla Biblioteca Marciana di Venezia. Dopo uno studio attento e scrupoloso,  il filologo, grazie alla collaborazione del grande paleografo Pier Giorgio Ricci, giunse a confermarne l’autografia. Dunque, Alberto Chiari aveva sempre avuto ragione!

 

La vittoria di Chiari dopo più di 30 anni

L’Hamilton 90 fu confermato come autografo di Boccaccio risalente al 1370 circa. E tutti quegli errori  («bestialità così enormi») che avevano causato l’incredulità verso la sua scoperta?

I più gravi, grazie all’ausilio della lampada di Wood, si rivelarono opera di copisti successivi intervenuti erroneamente per ripristinare parti di testo divenute poco visibili a causa del distacco dell’inchiostro; altri furono attribuiti a sviste di Boccaccio che, quando redasse il manoscritto, aveva circa 62 anni. Immaginate di redigere a mano più di 1000 pagine di un libro senza correttore automatico, sarebbe decisamente impossibile non commettere alcuna svista (anche a 20 anni!).

La pazienza e la grande determinazione di Chiari vennero premiate e noi oggi possediamo l’autografo del Decameron, uno straordinario capolavoro della letteratura italiana. È una delle opere che non deve mai mancare nella libreria di una casa e che deve essere letto almeno una volta nella vita.


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©RIPRODUZIONE RISERVATA

Erika Dumas

 

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