RICETTE CINEMATOGRAFICHE

«Per me il cinema non è una fetta di vita, ma una fetta di torta».
Quando andiamo al cinema abbiamo solo voglia di staccare la spina per qualche ora, di dimenticarci dei nostri problemi e di rilassarci. Vogliamo farci catturare dal film scelto per godere appieno delle sensazioni che l’esperienza ci provoca. Esattamente come una gustosa fetta di torta, una pellicola suscita emozioni normalmente difficili da provare e che possiamo concederci solo in alcuni momenti. Ecco dunque il grande significato della famosa citazione con la quale ho esordito: Alfred Hitchcock intende dire che l’obiettivo del cinema è quello di conquistare lo spettatore, di sedurlo e di colpirlo perché, continua, «gli spettatori che vanno al cinema conducono una vita normale e al cinema vanno a vedere cose straordinarie».

Nel corso della sua storia, il cinema ha scoperto, e poi sviluppato, tecniche che contribuiscono a far scivolare il pubblico nella finzione, facendogli vivere in prima persona le vicende. In questo articolo voglio parlare di alcune ricette cinematografiche grazie alle quali possiamo gustare fette di torta eccezionali, cioè sfornate attraverso l’impiego di effetti speciali che abbiamo sempre avuto sotto gli occhi, ma che forse non abbiamo mai assaporato in piena consapevolezza. Sono effetti che ci consentono di entrare nel film e di partecipare attivamente, soprattutto a livello di emozioni.

La suspense

La ricetta per ottenere un alto livello di suspense ce la fornisce proprio il regista de La finestra sul cortile, attraverso un esempio che, a seconda degli ingredienti scelti e della loro combinazione, produce due effetti diversi, di sorpresa o di suspense.
Immaginiamo una sala nella quale due persone discutono tranquillamente sedute a un tavolo. A un certo punto, all’improvviso, esplode una bomba: il cuore dello spettatore salta un battito (o due o tre) e si spaventa: questo è l’effetto sorpresa che si genera in pochi secondi, in quanto l’esplosione era totalmente inaspettata.
Ora immaginiamo sempre la stessa sala con gli stessi interlocutori seduti, ma questa volta lo spettatore è stato avvertito e sa che sotto quel tavolo c’è una bomba che dovrà scoppiare all’una in punto. È l’una meno un quarto e il pubblico parteciperà in prima persona alla scena, sentendosi chiamato in causa (e magari si tratterrà anche dall’urlare per avvertire i personaggi inconsapevoli): insomma vivrà quindici minuti di ansia, di pura suspense.
Qual è dunque la differenza sostanziale tra i due effetti? Essa risiede nel grado di consapevolezza dello spettatore. Nel primo caso egli è posto allo stesso livello dei personaggi ed è tenuto all’oscuro dei piani; nel secondo caso, invece, è a conoscenza della situazione perché il regista, astuto, l’ha reso sì suo complice, ma fornendogli solo quelle informazioni che lo faranno preoccupare, che lo faranno disperare e brancolare nell’incertezza.
La suspense è un effetto potente che ci catapulta nel film e Hitchcock, a proposito, è stato il maestro indiscusso.

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Riprese soggettive: tra shaky camera e trunk shot

Vediamo insieme delle tecniche particolari che ci conquistano, perché ci concedono l’onore di entrare nello schermo, al pari degli attori. Si tratta di tecniche generate nell’ambito della cosiddetta «ripresa soggettiva», cioè quella che consente di far coincidere lo sguardo dello spettatore con quello di un personaggio: dunque, noi vediamo direttamente ciò che quest’ultimo vede, proprio attraverso i suoi occhi.
A differenza dell’«inquadratura oggettiva», nella quale noi guardiamo solo la fisicità e il volto dell’attore sul quale appaiono i segni delle emozioni che prova, in quella «soggettiva» noi possiamo immedesimarci con lui e quindi condividere quelle stesse emozioni: in questo caso essa è definita «umana», in quanto è tale il punto di vista che assumiamo. Quando invece abbiamo delle scene o dei film nei quali la videocamera è lasciata da sola a riprendere, senza intervento umano, parliamo di «soggettive meccaniche» perché il nostro sguardo coincide con quello di una macchina e non di un uomo (pensiamo a una videocamera di sorveglianza): è proprio il caso, per esempio, di Paranormal Activity (2010, regia di Oren Peli). Ci sono poi delle pellicole affidate, in parte o nella totalità, allo sguardo di una telecamera azionata da un personaggio: parliamo quindi di soggettive «umane e meccaniche», perché il nostro occhio coincide con quello meccanico della camera affiancato però da quello umano dell’attore. Per fare un esempio, nel film horror The visit (2015, M. Night Shyamalan, regista anche de Il sesto senso) noi spettatori vediamo buona parte delle scene attraverso la telecamera azionata dai due bambini, i quali oltre a essere i protagonisti sono anche gli autori, fittizi, delle riprese. Inoltre, dato che essa è tenuta in mano, le inquadrature non sono fisse, ma in movimento: un trucco per notarlo, nel caso in cui la movenza sia lieve o quasi impercettibile, consiste nell’osservare i  bordi dell’inquadratura. Le riprese irregolari e a sbalzi, nate originariamente nell’ambito dei documentari e dei reportage e poi sfruttate in altri generi, hanno una grande potenzialità espressiva, perché rinviano maggiormente a un punto di vista soggettivo per lo spettatore. Questa tecnica prende il nome di «shaky camera» ed è molto impiegata nelle scene di azione per rendere le immagini più reali, come se l’operatore fosse immerso negli eventi animati da inseguimenti o da sparatorie. Le inquadrature dinamiche, indipendentemente dalla natura del film, hanno dunque l’obiettivo di coinvolgere il più possibile lo spettatore, facendolo partecipare attivamente.
Decisamente particolari sono le cosiddette «soggettive impossibili», cioè quelle inquadrature che offrono un punto di vista impossibile perché appartenente a qualcosa che non può vedere:  lo sguardo dello spettatore corrisponde a quello di un oggetto, per esempio di una freccia scoccata da un arco o di un proiettile. Un caso eccezionale è rappresentato dal «trunk shot», letteralmente “ripresa dal bagagliaio”: è una ripresa effettuata da angolazioni ardite e insolite ottenute posizionando la camera in luoghi non convenzionali, come il bagagliaio di una macchina per esempio. È una tecnica che conferisce lo sguardo alla materia, con lo scopo di stupire e di coinvolgere.
Il «trunk shot» è considerato il cavallo di battaglia di Quentin Tarantino: si pensi a film come Pulp Fiction (1994), Jackie Brown (1997) o Kill Bill ( vol. 1 2003, vol. 2 2004).

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Esempio di trunk shot tratto dal film “Pulp Fiction” di Q. Tarantino

Per concludere, ho pensato di lasciare alcuni link nel caso in cui qualcuno fosse curioso di vedere in azione le tecniche delle quali ho parlato.
Se vuoi assaggiare un esempio di «soggettiva umana e meccanica» e di «shaky camera», clicca qui per vedere il trailer di The visit. Se, invece, vuoi gustare una carrellata di «trunk shot» tratti dai film di Tarantino clicca qui.
Infine, se ti sei perso l’articolo precedente della rubrica “Cinema e Letteratura” ti consiglio di leggerlo ora!

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Erika Dumas

2 pensieri su “RICETTE CINEMATOGRAFICHE

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